2. a dosaggi maggiori, per raggiungere un benessere psicofisico e per aumentare le prestazioni a
livello sportivo: 1 -2 g di un complesso EPA/DHA il cui rapporto dovrebbe essere di circa 1,8-2,tipo omega 3Rx;
3. a dosi ancora più elevate per ottenere proprietà terapeutiche.
Per quanto riguarda le fonti, è molto importante che l’olio di pesce derivi da pesci di mari freddi e selezionati e che sia stato sottoposto a una procedura di distillazione molecolare di alta qualità. Questo, infatti, rappresenta l’unico processo di estrazione in grado di garantire l’assenza assoluta di metalli pesanti come il mercurio. Purtroppo oggi, anche alla luce degli ultimi lavori usciti, non me la sento di consigliare l’olio di fegato di merluzzo, in quanto trovarlo privo di sostanze tossiche è impresa veramente difficile. Recenti analisi eseguite nel Regno Unito su campioni di olio di fegato di merluzzo hanno rilevato un’altissima concentrazione di sostanze dannose per ilnostro organismo: diossina e composti si mili ad alto potere cancerogeno. Assumendo quindi la dose adeguata di olio di fegato di merluzzo per ottenere i benefici finora descritti si rischierebbe l’intossicazione, o anche peggio. Come fonte di omega 3, oltre all’olio di pesce consiglio anche quello di origine vegetale, per esempio l’ALA derivante dall’olio di lino spremuto a freddo. Questo perché, anche se è vero che solo una parte di esso viene convertito in EPA e DHA, è stato
dimostrato che lo stesso ALA e tutti i metaboliti di trasformazione da questo all’EPA e al DHAsono utili al nostro organismo.
Spero che la lettura di questa parte del libro vi abbia riconciliato con i grassi, storicamente considerati cerrimi nemici degli sportivi!
Attenzione però: ci sono grassi e grassi. Per esempio, i gra ssi contenuti nei cibi confezionati spesso non vanno bene perché vengono manipolati in processi industriali come l’idrogenazione, che serve a renderli più consistenti (se vogliamo ottenere le margarine, infatti, gli acidi grassi, a temperatura ambiente li quidi, devono essere lavorati per diventare solidi) e più stabili. La stabilità è utile per evitare la loro ossidazione. Avete presente quando i grassi che avete in frigorifero cominciano a puzzare e a cambiare colore? Si stanno ossidando! Più stabili sono e più tardi si ossidano. Bene?
No, affatto, perché questa resistenza all’ossidazione è il prodotto di una trasformazione che, per quanto funzionale al prodotto, si rivela dannosa per il nostro organismo. Quindi sarà meglio mangiare un grasso che tende a irrancidirsi, consumandolo prima che ciò avvenga (la logica per cui conviene mangiare cibi freschi),
piuttosto che avere cibi che pur di non incorrere in questa sgradevole trasformazione (l’irrancidimento)
richiedono manipolazioni industriali poco salutari per il nostro organismo.
Un esempio è costituito dai grassi trans , indicati nelle etichette come «grassi parzialmente idrogenati»: questi sarebbero proprio da evitare!
Quindi occhio alle etichette, ma soprattutto ai grassi che mangiate!
L’olio di lino
Come detto in precedenza, l’olio di lino rappresenta un’altra ottima fonte per l’integrazione di acidi grassi omega 3. Vedremo in seguito perché; ora invece vorrei fornirvi alcune informazioni a mio giudizio estremamente interessanti su questa pianta e i suoi semi.
Il lino è una delle piante coltivate fin dai tempi antichi. Probabilmente originaria dell’Oriente, si hanno notizie della sua coltivazione 5.000 anni prima di Cristo a Babilonia. Sono state trovate evidenze del suo utilizzo terapeutico in diversi scritti di origine greca e romana: Ippocrate (650 a.C.), il padre della medicina moderna, lo menzionava nei suoi studi come rimedio contro l’infiammazione delle membrane, i dolori
addominali e la diarrea, mentre i romani definirono il lino usitatissimum, ossia la più utile
fra tutte le piante. E Carlo Magno emanò addirittura alcune leggi a favore del consumo dei semi di lino. Dopo la seconda guerra mondiale il lino è stato praticamente dimenticato in Europa, essenzialmente a causa delle